Racconti

La Cuncheddha.

Chissà quando al civico 133 di la Cuncheddha la porta d’ingresso è stata chiusa per l’ultima volta con la consapevolezza che nessuno l’avrebbe più aperta e chiamata, casa. Chiunque sia stato lo Immagino dopo aver chiuso la porta e contati una decina di passi con in testa il suono della serratura voltarsi per prendere consapevolezza che qualcosa è finito. Chissà quando la prima tegola ha ceduto al tempo forse durante una notte tempestosa e quel primo passo è passato inascoltato coperto dalla rabbia sonora della vegetazione agitata dal vento o quando la prima pianta ha fatto cedere il primo muro dopo anni di tenace lavoro per riprendersi lo spazio che ormai nessuno curava più. Oggi ne resta un decadente ricordo eppure anche lei nel suo primo giorno sicuramente sarà stata il sogno più bello di qualche sognatore nel posto più bello del mondo e il posto è sicuramente tra i più belli del mondo e a pochi passi dal mare.

Fosse un film la scena finale l’avrei accompagnata con l’arpeggio di una chitarra acustica i passi in secondo piano, le foglie mosse da un vento leggero e le spazzole che sfiorando la pelle di un rullante la fanno vibrare. Questo, il film, ma quel giorno la realtà si sarà svolta cruda e veloce come solo la vita sa fare quando chiude una porta e chissà se ha aperto un portone a chi quella porta l’ha chiusa per non aprirla mai più.

Non cercherò informazioni sulla sua storia, per lo meno non ora e non volutamente. Lascerò che l’immaginazione crei una storia e che le immagini fermino il tempo e che dicano, ho trovato un posto in cui una volta c’era casa, ma alla fine è la storia dei posti a cercarti e di quella famiglia milanese che comprò quel luogo da un sardo e che sparì di colpo senza lasciare traccia, nessuno sa niente. Neanche la loro casa sa che fine hanno fatto.

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